Quando dico che ti amo
La lingua italiana permette di dire "ti amo" a un figlio?
Un reel che mi ha fatto scoppiare una tempesta
“Quando dico che ti amo” è il titolo di una canzone di quando ero ragazzo (è stata presentata da Annarita Spinaci al Festival di Sanremo del 1967, ma poi è stata cantata anche dal suo autore, Tony Renis). Ho pensato a questa canzone quando ho ascoltato un’intervista della psicologa e psicoterapeuta Stefania Andreoli, che ritiene sbagliato dire a un figlio “ti amo”. Non tutti i suoi colleghi sono d’accordo con lei, ma non mi intrometto. Mi sono però irritato quando ha detto che “in taliano” (si tratta, quindi, di un’affermazione di carattere linguistico) l’espressione “ti amo” rimanda esclusivamente ai rappori di coppia.
Non è così. L’ambito d’uso del verbo “amare”, ma anche dell’espressione “ti amo”, è in realtà molto più vasto. Ho detto questo in un reel pubblicato sul mio profilo Instagram @lalinguisticapertutti, dedicato a temi linguistici come dice il nome stesso.
Apriti cielo! Un esercito di psico-qualcosa (non sempre era chiara la professione o la formazione di chi contestava quello che avevo scritto) mi ha subissato di critiche, e fin qui fa parte del dibattito che è bello si sviluppi anche nei social. Le critiche più di una volta erano però dogmatiche, scarsamente argomentate, spesso anche ripetitive, qualche volta anche accompagnate da insinuazioni e, sia pure raramente, da insulti. Ho risposto a centinaia e centinaia di commenti. Poi ho riunito gli argomenti di risposta in due post riassuntivi, per forza di cose brevi. Ora che la tempesta di commenti pare essersi placata, riprendo qui le mie argomentazioni, in forma più estesa.
Undici argomentazioni
1. Non mi sono mai occupato degli aspetti psicologici
Non sono in grado di dire se quello di non dire “ti amo” ai figli sia, sul piano psicologico, un suggerimento fondato (o, addirittura, una prescrizione fondata). Quello che critico è il punto di partenza, basato sull’osservazione dell’uso linguistico.
2. Gli psicologi, invece, hanno affrontato il tema anche dal punto di vista linguistico
Chi si è occupata degli aspetti linguistici è stata la dottoressa Andreoli, che si è riferita esplicitamente e in forma assolutizzante a cosa succede “in italiano”. I suoi fan e le sue fan, che hanno commentato con virulenza il mio intervento, moltissime volte l’hanno seguita in questa direzione, qualcuna anche rivedicando la competenza di una psicologa su qualunque tema inerente al linguaggio.
3. La frequenza di un uso linguistico non può diventare dichiarazione di esclusività
Non ho mai messo in discussione che “ti amo” si usi prevalentemente in relazione ai rapporti di coppia e che in altri tipi di rapporti affettivi si preferisca ricorrere al sinonimo “ti voglio bene”. La mia critica sta nell’assolutizzazione di questa osservazione di natura statistica. L’uso linguistico è più ampio.
4. Fa parte dell’uso linguistico contemporaneo dire “ti amo” a un figlio
Che si dica (e quello che effettivamente si dice è quello che interessa al linguista) “ti amo” anche ai figli è dimostrato proprio dal fatto che la dottoressa Andreoli abbia sentito il bisogno di censurare questo uso. Non si censurano gli usi inesistenti.
5. “Ti amo” detto a un figlio è una novità degli ultimi anni?
Ho cercato allora di capire se la possibilità di dire “ti amo” ai figli sia un uso esclusivamente contemporaneo, frutto di depravazione linguistica (e non solo) di genitori post-moderni, o se sia, invece, un uso radicato, sia pure come uso minoritario, nella lingua italiana. Così ho cercato l’espressione nei corpora di testi che ci sono stati tramandati (per forza di cosa testi scritti, e generalmente “alti”) . Sono partito dalla prima attestazione, nel Cinquecento, fino al Novecento. Ho riportato solo alcuni degli esempi riscontrati: Instagram, e in genere i social, hanno forti limiti di spazio. Alcuni interventi critici hanno commentato in modo sprezzante il fatto che io sia partito dal Cinquecento. Non si accorgono, evidentemente, che l’uso contemporaneo è il risultato di una storia lunga spesso secoli, che è giusto ricostruire.
6. Ho giudicato inopportuno portare esempi degli anni recenti
Non ho riportato esempi di questo secolo sia perché non ce n’era bisogno, per quello che ho detto al punto 3, sia per non creare un circolo vizioso, documentando l’esistenza dell’uso che la dottoressa Andreoli propone di proscrivere proprio con questo uso.
7. Ma davvero si può dire “amo mio figlio” ma non “figlio mio ti amo”?
Un’obiezione ricorrente è che sì, si può dire “amo i miei figli”, ma non si potrebbe dire “ti amo” a un figlio. Non mi risulta che esistano restrizioni morfosintattiche o semantiche che giustifichino questa affermazione. Certo, ci può essere, ancora una volta, una diversa distribuzione statistica. Ma passare da una considerazione statistica a una assolutistica (“non si dice”) non è corretto.
8. Mi sono appigliato a un’affermazione marginale?
Mi sono state rivolte anche critiche etiche e metodologiche. La prima, che mi sono basato su uno spezzone di un’intervista più ampia. Ma è stato l’intervistatore, senza, che io sappia, l’opposizione dell’intervistata, che ha diffuso una clip eccezionalmente breve. Ma chi lo fa, autorizza con ciò stesso a fruire di quello spezzone come di un testo completo e autonomo.
9. Non ho cercato di imporre un uso linguistico. Ho fatto esattamente il contrario
Alcuni e alcune hanno ribadito che non si fanno governare l’uso linguistico da altri. Giusta posizione. Ma infatti non ho proposto un particolare uso linguistico; ho parlato dell’esistenza, e quindi della liceità dal punto di vista della lingua italiana, di un uso che altri volevano governare, proscrivendolo.
10. Ho cavalcato la notorietà di Stefania Andreoli per moltiplicare i miei like?
L’altra critica è che ho approfittato di una polemica in corso per ottenere, pretestuosamente, like; anzi per “lucrare” sulla viralità dell’episodio. A parte il fatto che, quando ho registrato il video, non sapevo quanti fan viscerali avesse la dottoressa Andreoli, sono stati proprio i miei accusatori ad aumentare l’engagement del video, commentando, accusandomi, facendomi lezioncine (a volte anche di linguistica), rispondendo reiteratamente alle mie precisazioni. Un bel boomerang! Ma poi, per cosa dovrei lucrare? Dal mio profilo Instagram non guadagno nulla, se non la soddisfazione di trasmettere a un ampio numero di persone delle conoscenze linguistiche basate su dati accertati e non su impressioni o credenze. Con un’aggiunta: quando un video su un tema particolare attrae molti follower interessati a quello specifico tema e non ai problemi della lingua in una prospettiva più ampia, non è detto che rimangano miei follower anche quando passo a trattare altri temi. Insomma: anche quello di cavalcare la notorietà altrui è un argomento privo di alcun fondamento.
11. Mi sono beccato pure attacchi personali e ingiurie
A questi attacchi etici, si sono aggiunti gli attacchi personali. Il vertice l’ha raggiunto una commentatrice che mi ha dato dell’ottantenne affetto da demenza senile, ribadendo più volte questo profondo concetto. Da parte mia non ho mai denigrato o ridicolizzato né la dottoressa Andreoli, né i suoi supporter che hanno invaso, a volte (ripeto) con atteggiamenti villani e linguisticamente ostili, il mio profilo. Ho sempre cercato di rispondere, con pazienza e con dati e argomenti. Molti me l’hanno riconosciuto, e sono loro grato.
Comunque, grazie a tutti
È stata comunque un’esperienza molto istruttiva. Prima di tutto per capire, vivendolo dall’interno, come funziona il mondo dei social.
Poi, per fare esperienza del dogmatismo, della presunzione, del senso di superiorità di alcune persone che operano nel campo della psicologia. Credevo che fosse un ambiente composto da persone naturalmente inclini all’ascolto, alla tolleranza, al rispetto. In questo caso non è stato così. Per fortuna, nella vita reale ho conosciuto psicologi e psicologhe che hanno le attitudini che mi sarei aspettato da tutti.
Poi ci sono stati anche lettori che hanno capito il mio punto di vista e l’hanno sostenuto o l’hanno avversato con argomenti e con pacatezza. Li ringrazio.
Ma ringrazio anche gli altri e le altre. Mi hanno fatto scoprire un mondo che non conoscevo. Ma che fatica!



A volte i social sanno essere molto spiacevoli, ma, personalmente, ho trovato il reel molto interessante per completare, da altra prospettiva, quanto sostenuto dalla dottoressa. Quindi grazie per tutto il lavoro di divulgazione che fa!